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Trento, 17 giugno 2013
È un bene comune.
Mettiamo al sicuro l’acqua pubblica

di Lucia Coppola, Consigliera comunale dei Verdi a Trento
da  l’Adige di lunedì 17 giugno 2013

Ci è stato detto che la delibera su acqua e acquedotto, di cui da alcune settimane si sta discutendo nel Comune di Trento, era inevitabile. Che aspetti tecnici e societari hanno determinato cambiamenti a prescindere dall’esito dei referendum: non si possono più affidare a DE determinati servizi in modo diretto (tra l’altro il Comune è socio di DE al 5,8%, e socio di Fin-Dolomiti al 21% in un sistema di complicate scatole cinesi) sulla base della normativa europea che consente una scelta possibile tra le società in house e l’autoproduzione, con le Aziende Speciali.

Prima dei Referendum non c’era scelta possibile, si imponeva la gara, ora incostituzionale per tutti i servizi. Nessuno obbligava dunque il Comune a gestire l’acqua in modo totalmente pubblico, ma certo questa era una scelta possibile. Il nostro Comune sta agendo ora nella convinzione che la modalità in house sia equivalente a quella in economia o mediante aziende speciali, ma è nei fatti, e non solo opinione diffusa, che le S.p.A. a capitale pubblico siano, a causa della loro natura giuridica, entità private su cui il controllo pubblico è impossibile perché chi ne risponde è un consiglio di amministrazione.

Esiste la concreta possibilità che, evitato col successo referendario l’obbligo di avere il socio privato almeno al 40%, una maggioranza qualsiasi di capitale in una S.p.A. possa cambiare la natura e la gestione della stessa.

È certo che non sarà semplice, né tecnicamente né politicamente, modificare la natura gestionale delle società in-house, che trova radici nella storia e nelle modalità profondamente radicate delle S.p.A: la vocazione al profitto che il referendum ha vietato: non si possono far profitti con l’acqua. Su questo la Corte Costituzionale è stata chiarissima ed esiste il rischio concreto di incappare in una declaratoria di incostituzionalità, come è accaduto a Bolzano e in Lombardia.

È necessario, infatti, mettere definitivamente in sicurezza l’acqua pubblica, massimizzando il valore d’uso al posto del valore di scambio. Per contro, le azioni di società in house possono essere vendute, e sono in balia della maggioranza che sta governando e che può cambiare a seconda del voto dei cittadini. Se dovesse passare una sensibilità diversa nei confronti dei beni comuni , l’entrata dei privati nella compagine societaria metterebbe seriamente e rischio la sovranità delle popolazioni sul bene «acqua».

Inoltre la crisi internazionale delle riserve idriche potrebbe mettere a rischio i territori che, come il nostro, ne sono ricchi.
Per questo sarebbe stato utile che il Comune di Trento dichiarasse il servizio idrico di sua competenza, come servizio di interesse generale non economico, sottratto perciò alle regole del mercato.

Con una delibera che si allineasse alle decisioni della Corte Costituzionale, alle indicazioni dei giuristi referenti dei Movimenti per l’ Acqua, alle norme europee. Ma questa strada, la più naturale e la più logica, non si è voluta percorrerla. La delibera comunale del 2011, che io non ho votato, con un atto di indirizzo ha previsto di gestire il servizio con una società in-house, ripubblicizzando le reti.

Ugo Mattei, giurista, ex docente all’Università di Trento e ora professore a Torino, estensore insieme ad altri dei quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua, è ora presidente dell’ABC di Napoli, l’Azienda Speciale che gestisce l’acquedotto. Il professore è stato ascoltato nei giorni scorsi, in video conferenza, dalla commissione vigilanza, ed ha affermato in modo chiaro che non si può acquistare, a 37 milioni di euro!, con soldi pubblici, ciò che essendo proprietà demaniale, dovrebbe essere pubblico per legge. In poche parole, le reti idriche non possono essere né essere state di proprietà dei privati. E’ una violazione evidente della Costituzione e una grande responsabilità di fronte ai propri cittadini elettori e alle generazioni future.

Di Trento sappiamo che nel 1927 il Comune, a causa di una situazione debitoria, aveva conferito nella SIT l’acquedotto e la rete del gas, imponendo alla Sit l’obbligo di implementare e fare investimenti con la propria cassa. Nel 1927 aveva quindi pagato i debiti con 50 milioni ma gli restavano l’82% delle azioni.

Che fine hanno fatto? Ci piacerebbe sapere che cosa è successo davvero. E’ stato comunque, secondo Ugo Mattei, un atto «contra legem», compiuto in pieno regime fascista e quindi con scarsa partecipazione popolare alle decisioni assunte. Questo è stato il primo peccato originale.

Va anche detto che il demanio non può essere soggetto ad usucapione, La Corte Costituzionale ha ribadito con forza che il demanio è incedibile, inalienabile, intrasferibile.

L’acquedotto di Trento appartiene ai cittadini di Trento in quanto tali, perciò è stato messo a bilancio da DE un bene che non gli appartiene. E che deve essere restituito.

Ora, la fusione con Rovereto e altri 15 comuni nella New Co ha comportato una riduzione della partecipazione e la necessità di ripubblicizzare le reti dell’acquedotto attraverso la loro inclusione nel ramo d’azienda oggetto dello scorporo, al modico prezzo di 37 milioni di euro! Ha previsto pure la vendita a Fin Dolomiti Energia s.r.l. di azioni ora detenute dal Comune di Trento, al quale procurano introiti significativi (dai 700 mila ai due milioni di euro); sarà inoltre autorizzata la prestazione di garanzia fidejussioria da parte del Comune di Trento a favore della nuova società, per l’ammontare di 15 milioni di euro (al fine di reperire i finanziamenti necessari al riacquisto delle reti).

Per essere un Atto di Indirizzo, si configura davvero in modo molto pesante, prescrittivo e vincolante. Il tutto senza che si sia ritenuto «opportuno procedere all’elaborazione di un piano di sviluppo industriale dettagliato della nuova società, che presuppone a sua volta la definizione del perimetro aziendale, l’individuazione del personale da trasferire, del valore dei rami di azienda che saranno oggetto di scorporo, delle azioni di Dolomiti Energia e del conseguente ammontare del mutuo da contrarre, prima dell’approvazione degli indirizzi da parte del Consiglio comunale.

Visti i costi procedurali ed economici che tale operazione comporta». Queste riportate sono le parole testuali in risposta ad una interrogazione: al nostro Comune preme spendere 70 mila euro per una indagine conoscitiva approfondita a fronte di 37 milioni previsti per l’acquisto dell’acquedotto, sui quali la disinvoltura di sindaco, giunta e maggioranza (a parte me), sembra totale! Un vero e proprio salto nel buio.

La questione delle reti certo è spinosa, ma il demanio , come diritto dei cittadini sui beni pubblici, non è mai stato toccato da trasformazioni storiche dal 1804 ad oggi ed è di discendenza napoleonica. Tante erano le cose che si potevano e si possono fare: consulenze serie e di parte, la nostra!, e perizie che valutino lo stato delle tubature e degli impianti, gli investimenti fatti sin qui dal Comune di Trento, l’effettivo valore di un bene pubblico che non ha mercato, se non quello di tornare ai cittadini di Trento, come bene comune legato al diritto di approvvigionarsi e utilizzare l’acqua pubblica che appartiene a tutti.

Quante e quali sono le strade effettivamente perseguibili? Sicuramente molte. Si è giustamente parlato di congelamento (lasciare le cose come stanno), di esproprio ( ma non si può espropriare ciò che già ci appartiene!) di affido, di affitto. O di semplice restituzione di quanto tolto all’epoca alla collettività trentina in modo non legittimo.

Un atteggiamento più responsabile e meno superficiale, che si avvalga del parere autorevole di giuristi ed esperti in materia, consentirebbe di sgravare il Comune di Trento da una spesa insostenibile, soprattutto in tempo di crisi. E di preservare i cittadini dall’aumento inevitabile e consistente delle tariffe. La Corte Costituzionale potrebbe in qualsiasi momento far valere le responsabilità erariali di chi sta governando, per cattivo utilizzo di soldi pubblici. Soprattutto in un periodo di crisi finanziaria così pesante. La qual cosa, secondo Ugo Mattei, fa inorridire e anche un po’ indignare. Quando finisce un affidamento i titoli vanno restituiti.

Per quanto riguarda il nostro Comune, la decisione (dare risposta alla volontà referendaria dei cittadini) è buona, ma si sta correndo nella direzione sbagliata. Mi sento di chiedere dunque un passo indietro e un approccio democratico e sensato alla vicenda: il ritiro della delibera e la ridiscussione su altre basi delle problematiche legate allo scorporo di Dolomiti Energia, la piena realizzazione del voto espresso col referendum da 27 milioni di italiani tra cui 11mila trentini. È necessario non lasciare al caso, con atteggiamenti fideistici e un po’ faciloni, questioni di questa rilevanza economica, che attiene pure ai diritti di cittadinanza legati ai «beni comuni».

Lucia Coppola
Consigliera comunale dei Verdi a Trento

 

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